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martedì 27 novembre 2012

Un'intervista a... DARIO ANZA'


E’ attraverso la combinazione di segni apparentemente semplici che Dario Anzà sintetizza la sua chiave di lettura di un cosmo in continua evoluzione in cui, in un moto perpetuo, tutto si rinnova e rinasce continuamente e in modo diverso.
Modulando sequenze di sagome e colori l’artista ci spinge a svincolare la nostra prospettiva da quell’oggettività che imprigionandola in forme prestabilite, immutabili e statiche, spesso ci impedisce di cogliere della realtà la visione più profonda ed il suo significato più universale.

Il tuo è un universo di segni, di forme e colori, di figure stilizzate dove tutto è riportato nella sua essenzialità; come sei arrivato a questo linguaggio in cui i particolari sono quasi superflui? 
L’intenzione è di creare un linguaggio visivo personale in cui il senso esiste sia nell’immagine in particolare che nella composizione generale. Le forme semplici mi permettono attraverso piccole variazioni di mutare in maniera immediata il senso della figura, le uso come lettere di un alfabeto visivo per comporre nuove parole. Ad esempio quasi tutti i personaggi da me rappresentati nascono dalla stessa “sagoma”, poi si evolvono modulando linee e dettagli.
Oltre che a caratterizzare fortemente il tuo stile, pensi che la scelta di usare forme semplici e schematizzate possa anche facilitare la lettura dei tuoi lavori?
E’ difficile prevedere la reazione di chi guarda i miei lavori. Chi ha un suo concetto di arte ricerca una lettura profonda e quasi immediatamente li etichetta come infantili, di facile consumo etc.; chi osserva soltanto per curiosità e non cerca quel concetto astratto che è in fondo l’arte, ha un approccio più naturale, vede quel che si vede sulla superficie e se ne è abbastanza compiaciuto da trattenersi il tempo necessario porta con sé , nella memoria intendo, una prospettiva diversa o meglio ancora un racconto originale. Per quanto mi riguarda invece non intendo rendere né più facile né più difficile la lettura dei miei lavori ma semplicemente più vera e vicina a questo mio modo di sentire.
Il colore emerge sempre in modo incisivo, quale è il suo ruolo?
Il colore per me è l’elemento naturale, più del disegno è il colore che mi dà la percezione di riuscire ad imprimere l’idea su un foglio. Penso sia la mia voce, intendo la mia vera voce nel mondo silenzioso che è la pittura.
Nei tuoi lavori c’è un elemento ricorrente, quasi centrale: l’individuo. Quale è il significato di questa figura umana che rappresenti sotto forma di traccia, schematizzata ? 
L’individuo certo, che variando nelle proporzioni e colori diventa uomo, donna, bambino; ma anche animali e creature oniriche convivono nella composizione per arricchirne il senso tra memorie che sconfinano nell’immaginazione e viceversa.
Con attenzione si riesce a vedere un piccolo universo se si è disposti però a giocare con questi personaggi, oltre la superficie colorata verso significati più profondi.
Nel tuo cosmo c’è più memoria o immaginazione? 
L’una e l’altra. I personaggi nascono dalla mia memoria, parlano di sentimenti e stati d’animo mentre l’immaginazione, la considero come una grande lente attraverso cui guardo questi fatti della mia vita. Per essere più chiaro l’immaginazione mi dà la possibilità di raccontare e raccontarmi sperimentando linguaggi diversi, come ad esempio accade nei Ritratti, significativamente differenti da questo mio Progetto Ariarosso.
Il tuo modo di disporre e combinare elementi e colori, imprime ai tuoi dipinti un certo ritmo, un movimento, una vibrazione. Questa non comune peculiarità, la devi alla tua passione per la musica? 
In realtà la devo alla mia immaginazione, sia che suoni uno strumento o che tracci linee e colori è sempre lei l’ispirazione insieme alla voglia di stupirmi.
Mi piace partire da schemi semplici e poi variare, provare nuovi approcci sino ad ottenere dello stesso lavoro diverse versioni, ed è così che nasce la serialità all’interno di questi mio progetto.
Serialità in senso positivo.. io li trovo assolutamente originali, riesci a rendere i tuoi lavori unici e allo stesso tempo facilmente riconducibili a te utilizzando i segni un po’ come note su un pentagramma, li accosti a seconda di come vuoi che armonizzino, no?
Proprio così. Seguendo la metafora della musica non uso ripetere le rime ma cerco sempre l’originalità nel tema. Non c’è nessun compiacimento nella decorazione, ogni figura è valida in sé.


Dario Anzà nasce a Palermo il 19 Agosto del 1980, dopo la maturità classica frequentata l’Accademia di Belle Arti ABADIR di S. Martino delle Scale in provincia di Palermo con indirizzo Pittura.
L’interesse per il restauro lo spinge per alcuni anni ad esercitare la professione partecipando al restauro di alcuni edifici di interesse storico della sua città e in seguito conseguito un corso di formazione professionale per la figura di aiuto-scenografo collabora con piccoli teatri locali nella realizzazione di allestimenti scenografici.
Porta costantemente avanti il suo percorso maturando conoscenza ed esperienza nell’ambito dell’arte visiva con vivo interesse per la pittura ad olio e l’acquarello.
Si muovono insieme la ricerca dei materiali pittorici e quella più moderna delle applicazioni tecnologiche che fanno sì che la sua produzione più recente sia il frutto di una contaminazione tra il lavoro propriamente artigianale e quello digitale.




Intervista per ART OPEN SPACE
a cura di Cristina Polenta


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