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giovedì 14 febbraio 2013

Un'intervista a... ZENO TRAVEGAN

Non è la prima volta che incontro un artista le cui radici affondano nella musica e rimango stupita di come puntualmente questo bagaglio culturale si rifletta ed emerga in modo incisivo nella sua cifra stilistica coniugata alle arti visive. I disegni di Zeno Travegan  - nome d’arte di Enzo Gravante - ne sono un chiaro esempio. Con grande naturalezza rimandano al suono limpido e cristallino di un diapason, segni decisi e stilizzati  uniti a cromatismi vividi e brillanti che riportano il  battere e levare impresso nell'anima di questo artista.


Quando, presa consapevolezza della tua anima artistica, decidi di rinascere come Zeno Travegan? 
In realtà non è che sia stato io a decidere, ma le circostanze. Dopo ventisei anni da giornalista, nel 2007 ho deciso di chiudere con le parole scritte continuando con quelle dei colori, del gesto e dei segni; cosa che negli ultimi tempi era diventata quasi un’esigenza pressante, direi ossessiva. I miei primi disegni risalgono agli inizi degli anni 90, ed erano una sorta di “coda” emotiva dei concerti di Jazz, degli incontri con personaggi illustri della musica e della cultura, dei tanti luoghi magici visitati in giro per il mondo con la mia professione. Avvertivo, però, già da qualche anno il desiderio di cambiare “metodo” di scrittura; sia per una sempre più diffusa mediocrità e precarietà nel mio ambiente professionale, sia per quella incessante spinta del gesto che mi suggeriva inconsciamente di intraprendere, o meglio, di continuare a scrivere con i disegni e con i quadri.
Mi sembra di intuire che questo profondo cambiamento nasce in parte dettato da una spinta interiore ma anche un po’ per ribellione … 
Certo, la spinta interiore è stata fondamentale. Io credo che tutte le forme artistiche siano collegate tra loro, che dialoghino a volte palesemente altre volte in maniera sottaciuta. Nel mio caso, come dicevo, era sempre più forte la voglia di esprimermi con le figure, con quei tratti che nascevano dall’ascolto della musica e del Jazz in particolare. Quanto alla ribellione, come fare a non averne quando si vive in un Paese come l’Italia in cui meritocrazia ed etica hanno lasciato da tempo il posto ad una pochezza costante in tutti i settori: politica in primo piano? Hanno mascherato la democrazia qualcosa che sa molto di demagogia, mettendo in secondo piano le politiche sociali e del lavoro.
Da cosa è dettata la scelta di usare uno pseudonimo? 
Da quel meccanismo ad incastro avviato dal giornalista Enzo Gravante che non poteva non riflettersi nel suo anagramma: cioè in Zeno Travegan. E’ stato come mettersi allo specchio.
I tuoi lavori si contraddistinguono per grande sintesi, pulizia ed essenzialità, una cifra stilistica che personalmente amo molto; a cosa ti ispiri per combinare segno e colore? 
La sintesi è una delle caratteristiche del giornalismo. Quanto a pulizia ed essenzialità, credo che riflettano una delle caratteristiche del mio linguaggio pittorico. Nei miei lavori, infatti, cerco di tradurre con pochi gesti ciò che voglio dire. Andare al sodo senza perdersi in tante lungaggini. Ecco perché il mio segno è deciso, netto, ed il colore spesso acceso, forte, direi quasi violento. Anche attraverso questi elementi comunico l’appello al fare, senza sprechi di parole, cosa di cui si abusa in Italia.
La spinta propulsiva la devi anche in qualche modo al tuo retaggio musicale.. 

Senza dubbio. Ho iniziato ad occuparmi di musica verso i quindici anni. Poi, con i giornali, a partire dai ventitré, ho seguito concerti, rassegne, intervistato esponenti di spicco della musica in Italia e nel mondo. Spesso conoscere a fondo personaggi delle sette note, vivere con loro le tournèe e contemporaneamente viaggiare visitando luoghi meravigliosi è un’esperienza che ti arricchisce e che va oltre la musica ascoltata.
Attorno a che cosa ruota il tuo lavoro? Quali sono gli elementi che lo caratterizzano? 
Principalmente alla protesta e al dolore. Non solo dei tempi cupi che viviamo, ma anche all’assenza di speranze visto l’avanzare costante del materialismo e del consumismo che hanno pressocchè distrutto valori e morali dell’uomo. Tra gli elementi ricorrenti nei miei lavori (a seconda dei cicli, sia chiaro) la timida speranza negli elementi naturali (alberi, in primis) e lo “stop words” come incitamento all’azione e non più ai fiumi di parole di cui nel nostro Paese più che altrove si fa un uso smodato con risultati spesso mediocri.
Il tuo lavoro anche come provocazione? 
Beh, direi di sì. Provocare spesso è una delle caratteristiche dell’arte. Far luce su determinati problemi, carenze, aspetti anche in generale. I miei personaggi, le mie astrazioni pur apparendo a volte soavi e leggere nei colori e nell’impatto visivo, racchiudono un’amarezza che cerca (anche attraverso i titoli delle opere) di spronare, di vedere oltre, di non rassegnarsi. Così per le emozioni che guidano la nostra vita affinchè non dico tutti, ma almeno qualcuno possa invertire la rotta.
Mi piacerebbe sapere se c’è un ciclo della tua produzione artistica al quale sei particolarmente legato e perché.. 
Ho un rapporto abbastanza distaccato con le cose che faccio. Mi piacciono nel momento in cui le realizzo, ma poi passo rapidamente avanti. Ciò, ovviamente, non vuol dire che non le apprezzi, anzi… diciamo che questo aspetto è molto jazzistico, nel senso che l’ hic et nunc (che nel Jazz è una costante bellissima ed irripetibile), rivive anche in molti dei miei quadri e disegni. Ogni cosa è meravigliosa nel momento in cui la crei, e sai che non potrà mai essere più la stessa. Comunque, amo molto la natura, in particolare gli alberi ed i fiori che ho eletto un po’ a simbolo di alcuni miei cicli perché credo che solo dal loro profondo rispetto possa nascere una consapevolezza autentica verso il domani. Ma in questo il nostro Paese ha ancora molto da apprendere. Io ci sto provando, poi si vedrà.


Enzo Gravante (1962). Giornalista. Critico musicale. Si occupa di jazz dal 1978. Disegna e dipinge dal 1990. Redattore e inviato de Il Giornale di Napoli, ROMA e Corriere di Caserta, ha lavorato anche per il teatro, cinema, balletto. Ha scritto su Musica Jazz, Jazz, La Sicilia, L’Italia Settimanale, Set.
Ha seguito circa 80 festivals in Italia e all’estero, recensito dischi, scritto note di copertine. Ha collaborato per RadioDue ai testi del programma “Jazz & Image”, curato la mostra “Il jazz tra le due guerre”(Roma - Festival Internazionale di Villa Celimontana, 92.000 presenze). Ha scritto e condotto programmi di Jazz su RadioTre Rai.
Nel 2004 ho scritto il libro “Paolo Fresu, la Sardegna, il Jazz (Condaghes Ed.) Tra i fondatori della Società Italiana per lo Studio della Musica Afroamericana. E’ citato sulla Enciclopedia Treccani.



Intervista per ART OPEN SPACE
a cura di Cristina Polenta


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sabato 9 febbraio 2013

I COLORI DEL RACCONTO

Si inaugura oggi alle 17,00 presso la Galleria Senesi Arte la mostra collettiva: “I colori del racconto” che vede protagoniste Paola Rattazzi, Michela Riba e Mery Rigo, tre artiste molto eterogenee nella varietà dei temi trattati, ma sensibili nel condividere una filosofia comune: affidarsi all’essenzialità del colore.
Colori pensati, scelti, non iconici, perché la scelta non è mai affidata al caso, neppure quando attiene alla pura trasposizione della realtà.
Il colore, come strumento. La suggestione psichica suggerita dal colore associato alla condizione narrativa. Immagini mentali, con le quali evidenziano le loro intuizioni, un modo di raccontarsi o di rapportarsi con la loro personale visione della realtà, del tempo, dei pensieri, dei ricordi, dei sogni e delle emozioni.
“I colori del racconto”, è una mostra di pittura, di creazioni-scultura, di alchimie di luce e colore, di poesia. Materia, segni e forme, che sorprendono per la loro carica di interiorità e per la straordinaria capacità di raccontare per toni cromatici. Un alfabeto avvincente e misterioso per descrivere figure femminili, elementi paesaggistici o semplici oggetti della quotidianità. Sequenze limpide e lievi, seducenti, immagini che possono disvelarsi anche come simboli.

La rassegna, curata da Piero Senesi, con la presentazione di Paolo Infossi, propone una cinquantina di opere tra dipinti e installazioni.

Paola Rattazzi. I suoi paesaggi sono un delicato impasto di colori e di sentimenti. Una visione soggettiva, intima e mutevole, che non può prescindere dalle esperienze vissute, dall’intensità della tensione interiore e dall’immaginario, che le elabora, le trasforma e le interpreta. 
Sono luoghi reali od immaginari, indissolubilmente legati all’esistenza. Frammenti di vita, gioie e nostalgie, ricordi, descritti in un tempo sospeso, in uno spazio indefinito, in una dimensione di sogno.
Paesaggio ed anima: colline, alberi, fiori e grandi aperture di cielo, di nuvole, di aria. Composizioni, talvolta articolate e complesse, altre volte minimaliste, ma narrate sempre con un tratto lirico e leggero, in un profondo senso di libertà. Un fantastico viaggio alla riscoperta dei valori più importanti: la natura, la terra, la memoria, le sue radici, atmosfere che ci riportano alle indimenticabili sensazioni dell’infanzia.

Michela Riba. Le sue figure, le sue installazioni o “Bambole”, dall’aria superficiale ed assente, rappresentano il desiderio di vivere, di conoscere. Vivere equivale a desiderare. I suoi personaggi, come nella serie Psiche, ad esempio, soffrono per la loro condizione. Sono tormentate da conflitti interiori: tra quello che sono e quello che vorrebbero essere. Desiderano, e quindi avvertono la sofferenza dell’attesa, ma temono anche la noia che si presenterà puntualmente quando avranno raggiunto i loro obiettivi. Sanno che torneranno a soffrire, dopo i primi momenti di un piacere illusorio, perché l’appagamento è soltanto temporaneo.
Realtà ed apparenza. Le sue storie si rifanno ai concetti filosofici dell’era moderna: la crisi dei valori, la relatività di una verità assoluta, l’adeguamento dell’individuo ai canoni formali imposti dalla società, la tendenza ad assumere una “maschera” o un profilo ideale per essere accettati.

Mery Rigo. Scompone in “frammenti” la realtà per catturarne i particolari. Osserva le nature “immobili”, ossia gli oggetti della quotidianità che la circondano: un comunissimo frutto, come la mela, una tazzina colorata, una sedia, oppure lo stillicidio di una goccia d’acqua che scivola da un rubinetto, come il bagliore della fiamma.
Estrae gli oggetti dal loro contesto, per esaminarli in primo piano, per coglierne gli aspetti più inconsueti, l’essenza. Li descrive attentamente nei toni e semitoni, luminosità, per elevarli ad una dimensione superiore, valorizzandone i dettagli per nobilitarli al rango di opera d’arte. Il risultato ottenuto è la trasfigurazione del soggetto, in un perfetto esempio di contaminazione tra pittura e fotografia. Mery è stata la fondatrice del Movimento “Estrattista” nel 2005, anno in cui curò anche la redazione del Manifesto.
I suoi lavori ci invitano a destare più attenzione ai particolari, a guardarci intorno con altri occhi, per “scoprire” le cose che ci circondano, anche all’interno delle mura domestiche.

Paola Rattazzi, Michela Riba e Mery Rigo, non intendono rappresentare esclusivamente una visione soggettiva della realtà, come fredde e distaccate croniste del nostro tempo, ma guardare piuttosto al senso più profondo delle cose.
Sono artiste che, anche nei momenti di incertezza o di insicurezza, intendono mediare queste fasi per tornare ad un mondo in cui ci si può ritrovare, mirando a sensazioni che pensavamo di aver perso.


Inaugurazione:
Sabato 9 febbraio 2013, ore 17,00
Mostra:
10 -24 febbraio 2013
Feriali: 9,00–12,30 15,30-18,30
Festivi: 15,30-18,30
(Chiuso il lunedì)
Ingresso libero

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