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mercoledì 8 aprile 2015

Un'intervista a ... ERIKA AZZARELLO

Narrare un universo così complesso come quello femminile attraverso pochi ma efficaci dettagli è un dono che appartiene ad Erika Azzarello.
Con la sua penna a sfera, attraversa la profondità del mistero femminile, stratificando tratti infiniti dalle mille sfumature, tesse la trama complessa dell’essere donna, ne narra i misteri, ne svela le fragilità, ma anche la tenacia e la forza interiore.

Quando hai deciso che al centro di tutto il tuo lavoro ci sarebbe stata “la donna”?
Non credo ci sia stato un momento preciso in cui ho pensato che mi sarei occupata di donne. Istintivamente ho sempre tracciato linee femminili anche nell'infanzia e dopo anni, riprendendo la strada creativa, spontaneamente ho come ripreso il discorso lasciato in sospeso, forse per maggiore affinità rispetto ad altri universi.
In fase di ricerca e di studio ho affrontato anche altri soggetti, per esigenza di apprendimento e comprensione, arrivando poi alla conclusione che se volevo seguire un cammino di onestà e coerenza verso me stessa e verso gli “spettatori” del mio lavoro, l'unica strada era quella di parlare di qualcosa che conosco e che profondamente mi appartiene.
Inoltre, credo che la donna sia per antonomasia la creatura che meglio incarni l'armonia, la bellezza, il mistero ed il sogno, che sono alla base della mia visione artistica.
Oltre al soggetto, quali sono gli elementi che contraddistinguono la tua produzione?
La mia produzione è focalizzata sulla gestualità e sulle espressioni: uso i corpi femminili come essenziale veicolo di comunicazione e amo spesso centrare l'attenzione sui dettagli. Per questo, studio inquadrature che prima di tutto sono fotografiche e, solo in seconda battuta, vengono adattate alla trasposizione grafica o pittorica.
Il simbolismo è presente come elemento che rinforza il concetto di base, ma ritengo non necessario forzare l'immagine, pertanto si tratta di dettagli non invadenti o di elementi naturali di contorno. Se l'immagine è immediata e senza fronzoli, arriva più facilmente e viene compresa anche da un occhio non tecnico.
Del resto questo approccio mi rispecchia anche caratterialmente ed è in linea con il mio obiettivo di coerenza ed onestà intellettuali.
Il tuo ultimo progetto si intitola “Corporea”, me ne parli? Come è nato?
Corporea nasce da un progetto fotografico.
Un'amica pittrice mi aveva chiesto di farle alcuni scatti da utilizzare per i suoi lavori e riguardandoli in post-produzione è maturata in me l'idea di realizzare qualcosa che da tempo mi riproponevo e che, inconsapevolmente, avevo già iniziato con altri lavori più piccoli e frammentati.
Sulla tecnica più appropriata la scelta è ricaduta subito sulla biro che già utilizzavo da un paio di anni, ma solo su carta. La forza e la grazia dell'inchiostro appaiono ancora più evidenti sulla tela ed ho voluto cimentarmi con dimensioni impegnative perchè cercavo l'impatto visivo, volevo avvolgere il fruitore fra gli intrecci dei miei tratti e dar spazio ad una donna che, seppur timidamente, grida attenzione.
E' una serie autobiografica, ma nella quale credo che ogni donna possa riconoscersi. Ho tentato di rappresentare la grazia, la semplicità, il senso riflessivo e sottilmente malinconico che ritrovo in me stessa con l'intimità, la luce e l'attenzione verso i piccoli gesti...mi piaceva l'idea di un percorso con un inizio sfuggente, che man mano divenisse sempre più chiaro: una donna che non si apre immediatamente verso gli altri, ma che ha bisogno dei SUOI tempi, prima di consentire a qualcuno di guardarla dentro.
E' un viaggio che attraverso il corpo conduce all'anima.
Con Corporea, hai sperimentato l’uso della biro su tela. Come è stato questo primo approccio?
In realtà avevo già fatto un altro lavoro su tela appositamente per un evento a cui ho preso parte, pochi mesi prima di iniziare a lavorare su Corporea, ma con una tela più complicata da gestire, perciò poi passare ad una grana più delicata e fine è stato semplice. Come supporto mi soddisfa moltissimo, mette ancora più in evidenza l'incisività di questa tecnica e ho avuto modo di constatare che il risultato colpisce particolarmente anche chi osserva da esterno.
Posso addirittura affermare che ormai la preferisco alla carta.
Sono diversi anni che hai intrapreso il tuo percorso artistico. Se è accaduto, come si è evoluto il tuo mondo espressivo nel tempo?
Dal 2007 ho riscoperto volutamente una passione lasciata da parte per ben 15 anni: è stata una sfida, un'avventura difficile ed entusiasmante che ancora oggi mi emoziona e che ha dato il senso che cercavo alla mia esistenza, salvandomi letteralmente.
Ho ricominciato da zero e non ho voluto improvvisare, perciò sono andata a studiare pittura ad olio da un artista della mia città, così, essendo principalmente un paesaggista, i miei primi dipinti hanno cieli luminosi, fogliame leggero, ma denso e i colori della mia terra.
Ma la mia ansia di recuperare il tempo perduto, mi ha spinto gradualmente a sperimentare per conto mio anche altre tecniche ed altri mondi: l'attrazione per la ritrattistica è stata molto forte. Amo perdermi tra le pieghe di un volto e nei riflessi umidi degli occhi, perciò per 4-5 anni ho seguito due strade parallele alla continua ricerca della mia identità. Poi come in tutte le cose arriva il momento di fare una scelta che, ora comprendo, non poteva essere diversa.
Sulle tecniche, invece, non ho voluto mai scegliere, trovo affascinanti la pittura ad olio ed a pastello, così come l'aspetto grafico e più deciso delle matite e della biro.
Difficile stabilire un punto di arrivo, anzi vorrei proprio che non ci fosse: per me è un continuo viaggio alla scoperta delle mie sensazioni e grazie ad esso ho imparato ad aspettare, ad ascoltarmi ed a seguire la direzione dei miei pensieri traducendoli in segni.
“salvandomi letteralmente” è un’affermazione forte…
Ne sono cosciente...ma quando penso da dove vengo ed al mio percorso di questi anni, non posso che affermarlo.
Credo che tra le cose peggiori che possano capitare nella vita, ci sia il non poter fare ciò che si ama davvero e a cui si tende naturalmente, prendendo strade sbagliate che portano inevitabili vuoti interiori e senso di frustrazione. Io ho vissuto tutto questo ed ho rischiato di rimanervi imbrigliata. Ho avuto la forza e la fortuna di poter decidere ed ho cambiato direzione; oggi, quando mi guardo, mi riconosco.



Intervista di ART OPEN SPACE 

per la mostra MESSAGGI INTERIORI - Rassegna d'Arte 2014
a cura di Cristina Polenta
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