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giovedì 17 settembre 2015

Un'intervista a ... DINO CORRADINI

L’acquarello è da sempre il suo grande amore, la sua tecnica prediletta e che utilizza in modo sicuramente poco convenzionale, dipinge anche adoperando un solo colore o al massimo due.
Per Dino Corradini l’acquarello è qualcosa di vivo, in grado di sorprenderlo ogni volta, appagante. Dinamismo, luce e colore sono le sue parole d’ordine, i punti cardine della sua ricerca artistica.

I tuoi inizi. Quando e come nasce la passione per il disegno? 
Inizio a disegnare fin da piccolo come quasi tutti i bambini, dai primi scarabocchi fino alle prime copiature di copertine di Topolino. Era importante mettere su carta quello che vedevo. Il disegnare si intensifica col passare del tempo.
Quando hai deciso che, al di là di tutto, “da grande” avresti fatto il disegnatore?
Pur essendo molto importante disegnare, mi veniva spontaneo, non ho mai pensato di fare il disegnatore, il mio sogno era quello di diventare uno degli inviati del National Geographic, o roba del genere, ed essere inviato a studiare animali vari in ogni angolo del mondo. Da qui il mio indirizzo a studi scientifici.
Poi il corso di illustrazione alla scuola di comics di Firenze che mi dà nuova forza ed interesse verso il disegno e la pittura, specialmente verso l'illustrazione naturalistica. Iniziano le prime collaborazioni ed i primi lavoretti.
Reputo la mia scoperta dello storyboard un punto importantissimo, quasi cruciale.
Da adolescente andavo quasi tutti i giorni al videonoleggio vicino casa e mi guardavo un sacco di film, quindi anche il cinema è una passione che ho da molto tempo, grazie anche a mia sorella che registrava cose interessanti dalla tv.
Immaginatevi quindi la gioia quando scoprii che molti film di molti generi venivano prima disegnati e poi girati! C'erano persone che facevano questo tipo di disegni ed io volevo essere uno di quelli.
Qualcosa che univa le mie due passioni, che sembrava un fumetto ma non lo era, dove non c'erano baloons con un sacco di parole ma un altro tipo di linguaggio, fatto di frecce e movimenti di camera.
Ai tempi non c'erano manuali o libri sull'argomento, almeno in Italia, quindi dovetti attingere all'estero e mia sorella mi aiutò molto portandomi delle riviste sullo storyboard dalla Francia.
Pian piano mi avvicinai allo storyboard sempre più, grazie anche ad amici che lavoravano e lavorano nel mondo del cinema. Purtroppo in Italia non c'era e non c'è un gran uso dello storyboard, dovuto anche ad un'industria del cinema differente.
Nel racconto che fai della tua vita, c’è una presenza ricorrente, mi par di capire molto importante: tua sorella. La consideri un po’ il tuo mentore?
No, no, niente mentore.. soltanto che a distanza di anni ho realizzato quanto mi abbia aiutato. Essendo il fratello minore era normale venire a contatto con quello che faceva, per esempio i primi film o documentari degni di nota e spessore li ho visti perchè li aveva registrati lei, insomma mi ha influenzato anche indirettamente.
Cosa significa per te essere uno storyboard?
Tuttora quando disegno uno storyboard per un film, corto o lungo che sia, provo un piacere immenso, è sempre qualcosa di nuovo perchè nuova è la collaborazione con il regista ed alla fine vedere scorrere quella sequenza di immagini che sembrano vive, così legate tra loro, è grandioso. E’ proprio il dinamismo che tuttora mi affascina.
Il disegno lo realizzi a mano o al computer?
Mano, mano; uso il computer per colorare in pubblicità ed impaginare i lavori. Ogni tanto uso la tavoletta grafica, oltre che per colorare, anche per disegnare bozzetti, sempre in ambito pubblicitario o per animazione ma ne faccio un uso limitato in generale.
C’è uno storyboard a cui sei particolarmente affezionato? Uno che ti è rimasto nel cuore?
Qualche anno fa ho lavorato a "Padroni di casa" del mio amico Edoardo Gabbriellini. Nonostante ci conoscessimo da anni, nacque tutto all'improvviso, mi portò in paesino sull'Appennino Tosco Emiliano e iniziammo a lavorare. Me ne stetti quasi un mese tra una natura fantastica, cibo eccelso e conobbi delle belle persone. Insomma,che volere di più?!
La scelta di trasferirti a Barcellona è legata al tuo lavoro?
Mi trasferii a Barcellona per caso, dopo essere tornato dagli Stati Uniti mi presi un po' di tempo per decidere cosa fare e andai a trovare un amico che già abitava là.
Da breve la vacanza si trasformò in insediamento, rimasi a Barcellona ed iniziai a lavorare soprattutto con la pubblicità, mondo molto diverso dal cinema ma ai tempi a Barcellona ne giravano tantissime e di tutti i tipi, dai dentifrici alle auto.
Poi arrivarono anche i primi lungometraggi.
Ami molto anche l’acquarello. Solitamente è una tecnica che prevede l’utilizzo di tinte molto tenui, tu al contrario usi colori molto decisi: come mai?
E veniamo all'acquarello. Indubbiamente la mia tecnica preferita, amore al primo uso. Iniziò ad usarlo mia sorella, mi ricordo aveva delle pastiglie di colore ed un manuale in inglese e poi pian piano lo passò a me.
L'acquarello è il mezzo con cui riesco ad esprimere il dinamismo che a me piace tanto, sia in un paesaggio che in scene di vita quotidiana. E si può giocare con la luce, quella luce che tanto mi colpì nei quadri di E. Hopper anche se lui usava un'altra tecnica. L'acquarello è evoluzione continua per me.
Dicevo dinamismo appunto che si accentua anche grazie alla velocità di esecuzione che richiede questa tecnica. Forse il mio non è proprio un uso molto classico dell'acquarello, a volte lo uso quasi come fosse una vecchia tempera ma così posso cercare quel contrasto di luce senza dover ricorrere ad altre tecniche.
Col tempo ho sviluppato una predilezione nel dipingere usando un colore, al massimo due.
Uno dei miei preferiti è il color indigo, riesce a darmi una strana malinconia, una malinconia gioiosa, piacevole e mai depressiva.
Mi piacciono anche gli acrilici e l'olio, lavorare materiali come plexiglass e creta e spesso ci sono momenti in cui uno ha bisogno di sperimentare o usare nuove tecniche per ossigenare cervello ed anima, per non fossilizzarsi, ma alla fine torno sempre all'acquarello perchè per me è una tecnica viva, dinamica, è sempre una sorpresa e mi fa sentire tale.
Perché per te l’acquarello “è sempre una sorpresa”, che cosa ti lascia stupito ogni volta che dipingi?
Non so bene come spiegarlo. Sarà come si espande il colore, come scivola l'acqua, quello che intendo è che quando lo uso mi affascina ed emoziona come le volte precedenti, è questo che mi so
rprende, è come mi fa sentire: contento.
Quali sono i soggetti che ami maggiormente ritrarre? A cosa ti ispiri? Sono attirato da scene di vita comune, da quello che fa la gente per strada. Persone al bancone di un bar o ad un tavolo di un ristorante ed il mare, per esempio, sono fonti inesauribili di ispirazione.
Negli anni però devo dire che ho sviluppato una predilezione per pugili, prostitute e pesci.
Un sogno nel cassetto?
Una bella barca, a vela o non, possibilmente con mio figlio e non far altro che pescare.


Intervista esclusiva di ART OPEN SPACE
per la mostra GIOCHI DI LUCE - Rassegna d'Arte 2014
a cura di Cristina Polenta
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