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mercoledì 7 novembre 2018

L'artista si racconta: ELENA VISOTTO

Elena Visotto, la sua ricerca, iniziata dallo studio delle opere di Kandinskij, si concentra sulla forma come risultato dell'unione di elementi diversi, accostati seguendo il principio dell'armonia e dell'equilibrio. Le sue sono creature immaginarie che nascono da un'esigenza personale di rappresentare e trasmettere tutto ciò che va oltre la realtà, tutto ciò che non vediamo ma non per questo non esiste. Il suo percorso l'ha portata dallo studio di Kandinskij alle culture animiste, fino allo studio dei ritmi aborigeni andando sempre più verso lo sciamanismo.
Raccontami di te, del tuo essere artista.

Vivo e lavoro in provincia di Venezia, attualmente sto terminando gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia. 
Artista è un termine che ritengo ancora prematuro per quanto mi riguarda. Mi sento più una persona nella norma, come un panettiere che sforna il pane tutti i giorni. 
Non so se mi sentirò mai un’artista, la percepisco più come un’etichetta. Non mi piace etichettare le cose ogni individuo è solo se stesso. Ognuno ha il suo lavoro, come un medico ha il dovere di curare i suoi pazienti un “artista” si prende cura dell’animo di chi fruisce del suo lavoro. Sicuramente quello dell’artista è un lavoro in cui bisogna essere determinati.


La mia ricerca ha preso forma quando iniziai a riflettere sulla creazione e sul ruolo che un potenziale artista ha in questo senso: dipingere non è copiare qualcosa che ti piace e che ha scatenato in te una forma di sublime che vuoi trasmettere agli altri, ma è riuscire a realizzare e interpretare qualcosa che va anche oltre tutto quello che ci circonda. L’universo non è composto solo di ciò che vediamo. 
Ispirandomi a questo, per me creare è mettere degli elementi in equilibrio tra di loro per generare una forma, come la musica che senza ritmo non avrebbe anima. Kandinskij è il primo degli artisti che mi ha ispirato in questa ricerca sull’ignoto. Dallo studio di Kandinskij mi sono volta verso le culture animiste e lo studio dei ritmi aborigeni andando sempre più verso lo sciamanismo. 
Penso che comporre un’opera d’arte sia come comporre un testo di musica o scrivere un racconto. Dare vita e costruire creature immaginarie tratte da manifestazioni, immagini frattali, sogni, ecc. Faccio questo perché considero la tela bianca come un foglio di carta dove poter esprimere la fede personale che è custodita dentro di me e che sento di voler mostrare agli altri. Solo i morti non hanno fede, tutti credono in qualcosa, ma di questa fede non bisogna limitarsi alla religione. Amo la vita in tutte le possibili forme in cui essa può manifestarsi.
Questi spiriti sono figure che non possiedono tratti caratteristici perché devono essere a disposizioni di tutti e accessibili al maggior numero di culture. Motivo per cui ho scelto di non ambientarle e di dedicargli un semplice fondo monocromo. Voglio che questi spiriti siano vicini al maggior numero di persone, che rappresentino un ponte di unione fra culture differenti, perché nessun essere vivente è illegale. Troppo spesso incontro individui la cui mente sembra una scatola di cemento armato e che non riescono ad accettare il diverso. 


La diversità ha sempre spaventato gli uomini, ma questo limite ne rappresenta la sua ignoranza e la sua paura. 
Ecco perché dedico i miei spiriti anche a questioni umanitarie definite dalla dichiarazione dei diritti umani dell’UNESCO, come il diritto all’istruzione e all’acqua potabile. Altre denunciano i comportamenti sbagliati dell’uomo, come Chernobyl e i possibili effetti dell’inquinamento. 
Molto spesso mi chiedo se l’umanità nell’aver distrutto l’equilibrio naturale riuscirà a far sì che ve ne sia uno nuovo. L’uomo purtroppo sa essere una creatura fatale e distruttiva, spero un giorno possa diventare custode dell’unica vera casa che possiede: la Terra.

Le mie opere per i fruitori sono un mezzo per fare esperienza verso il diverso, perché possano aiutarlo ad aprirsi e fare esperienza dell’ignoto. Cerco di suscitare in loro nuovi stimoli e curiosità che lo portino a superare paure e limiti. E un rieducare l’ego della società, per poter costruire un mondo migliore. L’arte è un mezzo per costruire un mondo migliore, perché chi crea ha la sensibilità di guardare dove altri non riescono e ha la capacità e il coraggio di mostrartelo.

Non ricordo un inizio (del suo percorso artistico N.d.R.), ma l’ho sentito quando ero bambina. Avevo come la sensazione che la creazione di queste creature avrebbe portato alla sensibilizzazione sui problemi del pianeta e che potessero aiutare gli uomini ad avvicinarsi fra di loro. Un’immagine da un messaggio molto forte, molto più forte di testo scritto, semplicemente perché lo hai visto e lo hai fatto. Si può vedere anche nelle chiese, dove sono narrati gli episodi della Bibbia, servivano appunto a istruire il popolo.

Sono tutti bei ricordi (legati alla sua carriera N.d.R.), però credo che l’aver partecipato ad una performance alla Biennale Arte di Venezia 2017 attualmente sia il più bello. Ma sono sinceramente indecisa.  

Arte per me e qualcosa di sacro che sa aprire il cuore e far scaturire emozioni. Mi e successo che un committente si sia messo a piangere difronte ad un mio lavoro. E stato molto appagante, più appagante del denaro.

Il mio sogno nel cassetto è proprio un sogno fatto di recente. Realizzare una performance che chiamerò l’Albero di Macedonia, ma non vi svelo di più.

Prossimamente sarebbe bello poter realizzare dei corsi di disegno e pittura. Credo che al termine degli studi oltre a proseguire il mio lavoro di ricerca andrò ad insegnare. 



Intervista esclusiva di ART OPEN SPACE, pubblicata ad ottobre 2018 sul blog e nel catalogo in occasione della mostra personale di Elena Visotto - Rassegna d'Arte 2018 di ART OPEN SPACE.

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